Perché la Farnesina, se Obama ce lo chieda, dovrà chiudere la porta in faccia all’Iran

Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, dice che la porta con la Repubblica islamica d’Iran non va chiusa, tra le grandi potenze funziona così, ci si guarda negli occhi alla pari, si cerca di trovare la quadra degli interessi reciproci, perché l’Iran “ha diritto di essere un grande attore” regionale, “di essere una potenza nucleare civile, ma non militare”: per questo “potremmo accettare ogni cosa meno un’azione armata contro l’Iran – ha dichiarato Frattini al Corriere – Solo pensarlo innescherebbe una catastrofe globale.
4 AGO 20
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Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, dice che la porta con la Repubblica islamica d’Iran non va chiusa, tra le grandi potenze funziona così, ci si guarda negli occhi alla pari, si cerca di trovare la quadra degli interessi reciproci, perché l’Iran “ha diritto di essere un grande attore” regionale, “di essere una potenza nucleare civile, ma non militare”: per questo “potremmo accettare ogni cosa meno un’azione armata contro l’Iran – ha dichiarato Frattini al Corriere – Solo pensarlo innescherebbe una catastrofe globale. Escludiamo opzioni militari anche a fronte di una guerra civile”. L’Amministrazione americana sta iniziando a realizzare, al contrario, che il dialogo e la legittimazione tra grandi potenze non possono esistere se non sulla base di una pur minima reciprocità.
La mano tesa della Farnesina nei confronti degli ayatollah non è una novità di questo primo, dialogante anno obamiano: l’Italia è il primo partner commerciale dell’Iran, ci sono circa sei miliardi di euro all’anno che ci legano alla Repubblica islamica, e ogni misura economica restrittiva ha un impatto amplificato su questo nostro interscambio. Per di più, la zona afghana a controllo italiano condivide con l’Iran un lungo confine, la cui porosità si è rivelata spesso mortale anche per il nostro contingente. L’apertura al regime iraniano da parte dell’Amministrazione Obama ha però offerto l’occasione alla Farnesina di alternare i toni, alzandoli nel caso della conferenza di Durban II, mantenendo l’approccio di base dialogante.
Frattini avrebbe voluto vedere eurodeputati in queste ore a Teheran, mentre il regime dice che arresterà chiunque scenda per strada e mentre annuncia un’altra batteria di centrifughe pronte ad arricchire uranio: nel maggio scorso il ministro ha pensato di andare in visita a Teheran salvo poi decidere di restare a Roma dopo che la presidenza iraniana aveva cercato di approfittare del favore stabilendo cambi di programma all’ultimo momento. Sempre in nome del dialogo è nato il flop del vertice di Trieste a fine giugno, organizzato sotto la presidenza italiana del G8: avrebbe dovuto essere un incontro decisivo, caldeggiato anche dagli Stati Uniti, e si è risolto nell’ennesima beffa di Teheran che non ha infine inviato alcun rappresentante. Poiché l’Italia è fuori dal tavolo del 5+1 – che negozia sul nucleare – ha utilizzato ogni altro appuntamento per trovare una sintesi tra i ritmi della diplomazia e quelli (meno flessibili) del dossier commerciale. Tale sintesi è complicata, e a volte pericolosa perché legittima il regime iraniano nonostante il suo atteggiamento belligerante: la cancellazione dello stato di Israele, i test missilistici sofisticati, i “no” ai negoziati, la repressione.
Anche l’Amministrazione americana ne è consapevole e così ora difende la piazza e invoca nuove sanzioni (quelle unilaterali sono già state approvate dal Congresso) entro gennaio: secondo fonti del dipartimento di stato e del Tesoro, andranno a colpire le Guardie della Rivoluzione di Teheran e le aziende straniere che continueranno a fare affari con il regime. A gestire il dossier al Tesoro c’è un tipo tosto, Stuart Levey, ereditato (e non sostituito) dai tempi di Bush, che ha già l’elenco delle aziende e dei settori da colpire. Fonti del Foglio vicine alla Farnesina confermano che mai come in queste ultime settimane gli incontri bilaterali sono stati tanto intensi: l’Italia si affida al buon rapporto con gli americani per tutelare gli interessi nazionali, Washington vuole trovare una strategia comune con l’Italia. Per farlo potrà essere necessario chiudere ogni porta con il regime iraniano e riservarsi ogni opzione, anche militare, a scopo intimidatorio. Questo la Farnesina pare non averlo ancora realizzato.